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Francesca Panzacchi intervistata dal Crawford

francesca panzacchi giuria premio crawfordOggi al Crawford si confessa la scrittrice Francesca Panzacchi, giurata del Premio.

Come mai hai accettato la candidatura a giurato del Premio Crawford?

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Ho sempre amato i racconti horror e poi mi piace molto l’idea di poter scovare nuovi talenti.
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Il racconto ha reso celebri dei veri e propri maestri del genere come Lovecraft, Poe e lo stesso Crawford. È difficile scrivere un buon racconto?

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Non è mai facile, ma è anche e soprattutto una bella sfida. 

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Quello che non tolleri all’interno di un testo?
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Un contenuto banale, che non sia in grado di sorprendere il lettore.

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Pensi che da un Premio del genere possa uscire qualche bella sorpresa?

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Certamente, i concorsi letterari in fondo servono a questo.

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Il tuo consiglio spassionato ai concorrenti del Premio Crawford.
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Il mio consiglio è di scrivere sempre e soltanto quando si è  realmente ispirati.

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Si è laureata in Scienze Politiche all’Università di Bologna con una tesi su Goffman. Scrittrice e fotografa, ha ottenuto importanti riconoscimenti in ambito letterario. Ha collaborato con Il Resto del Carlino e ha pubblicato due audiolibri di fiabe per TreeBook Audioeditore. Con Ciesse Edizioni ha pubblicato La casa di Sveva (2010) che nel 2012 si è classificato III° al Premio Letterario Nazionale “Il Delfino” e II° al Premio Letterario Nazionale “Città di Fucecchio”; Il Normanno (2011) al quale nel 2013 è stato conferito il Premio Speciale della Giuria per il romanzo storico al Premio Letterario Nazionale “Viareggio Carnevale”; la silloge poetica Sospiri (2011); Delitti al castello (2012); Le ricette del desiderio (2012), il libro fotografico D’ombra e di luce (2012) e Andrea contro Sveva (2013). Con Lite Editions ha pubblicato “Il ritorno” (2012). Con Eros Edizioni ha pubblicato “Il desiderio di Giulia” (2013). Nel 2010 ha partecipato alla trasmissione radiofonica di Radio Uno RAI “L’uomo della notte” condotta da Maurizio Costanzo. Il suo racconto “Adesso mi chiama” è stato pubblicato nell’e-book “Italians – una giornata nel mondo” curato da Beppe Severgnini (Rizzoli, 2008). Dal 2011 è direttore delle Collane Light e Blue della Ciesse Edizioni.

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Sito ufficiale di Francesca Panzacchi

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Cristina Origone si confessa al Premio Crawford

cristina origone giuria premio crawfordOggi intervistiamo la scrittrice Cristina Origone. Quali saranno i suoi consigli per i concorrenti del Crawford?

Come mai hai accettato la candidatura a giurato del Premio Crawford?

Adoro leggere qualsiasi genere e penso sia sempre un’esperienza utile far parte della giuria di un Premio. Leggere e valutare inediti aiuta a sviluppare il senso critico, essere un giurato è una buona palestra per me. E poi non potevo rifiutare perché è un onore essere in giuria con bravi scrittori.

Il racconto ha reso celebre dei veri e propri maestri del genere come Lovecraft, Poe e lo stesso Crawford. È difficile scrivere un buon racconto?

Sì, è sempre difficile scrivere un racconto e l’incipit è fondamentale, deve catturare il lettore e non mollarlo più. Mi piace paragonare le prime righe di un racconto alle sabbie mobili: quando inizi a sprofondare in una pozza di fango melmosa, è difficile tornare in superficie. Ecco, più o meno deve accadere la stessa cosa,  lo scrittore deve imprigionare il lettore dentro la storia con poche righe e il più è fatto. Non è per niente semplice ma quando si riesce, è una grande soddisfazione.

Quello che non tolleri all’interno di un testo?

La banalità.

Pensi che da un Premio del genere possa uscire qualche bella sorpresa?

I Premi dovrebbero scovare bravi scrittori e i Premi non a pagamento sono una ghiotta opportunità, spero proprio di sì.

Il tuo consiglio spassionato ai concorrenti del Crawford

Leggere molto, confrontarsi con altri autori e fare leggere i propri racconti per avere un parere, per sapere se ciò che si è scritto è interessante oppure è qualcosa di banale e già letto. E poi… pensate alle sabbie mobili mentre scrivete, io sto solo aspettando di sprofondare.

Genovese, ha frequentato la Scuola Chiavarese del Fumetto e ha collaborato con la rivista Fiction TV. Ha pubblicato diversi libri con la casa editrice Delos Books, fra cui: Come portarsi a letto una donna in 10 mosse (2006) e TIENIMI Come tenersi un uomo/una donna per più di 6 mesi (con Gabriella Saracco, 2009). Nel 2008 ha pubblicato il thriller Avrò i tuoi occhi (Fratelli Frilli Editori) segnalato dalla giuria del Premio Thriller Magazine 2006 come romanzo di qualità.

Suoi racconti sono presenti su diverse riviste e antologie (fra queste il racconto nell’antologia 365 Storie cattive – a sostegno di A.I.S.EA Onlus – a cura di Paolo Franchini e il racconto nell’antologia Nero Liguria – Perrone Editore).

Nel 2009 ha collaborato alla sceneggiatura dello Spot “Campagna integrazione sul lavoro 2009″ per Coordinamento Down, regia di Marzio Mirabella. Nel 2010 ha vinto la ventunesima edizione del premio Writers Magazine Italia con il racconto La quarta sorella. Nel 2013 ha pubblicato il racconto Solo per te su http://www.storiebrevi.it/ (tutte storie brevi da leggere sul cellulare) e il racconto Mia sarà la vendetta nell’antologia Le vendicatrici (Cut-up Edizioni).

Il sito ufficiale di Cristina Origone è: www.origone.it


Il punto esclamativo o ammirativo!

576px-Punto_esclamativo_rosso.svgIl punto esclamativo, noto in passato anche come punto ammirativo,  è uno dei diversi segni di interpunzione adoperati nella scrittura e indica una pausa simile a quella del normale punto fermo. Viene posto dopo un’interiezione o esclamazione (da cui prende appunto nome) per segnalare un tono enfatizzante di sorpresa, forti sensazioni o grida. Molto spesso caratterizza la fine di una frase come, ad esempio, in: “Attenzione!”
Ecco ora sappiamo con esattezza cos’è il punto esclamativo. Bello, dai un tono alla tua frase, fai capire che un certo personaggio come ha detto la sua opinione, lo usi per enfatizzare il tono forte e adirato del narratore verso una certa situazione.

Bene, bene.

DIMENTICATELO!!!

Se volete fare gli scrittori o meglio i romanzieri scordatevi di questo segno d’interpunzione. Alcuni scrittori che usano ancora la macchina da scrivere potrebbero eleminarlo meccanicamente. Per chi usa il computer vi basterà non premere mai contemporaneamente il tasto con una freccia all’insù e il tasto “1” che si trova in alto a sinistra sulla tastiera, lo vedete perché sopra c’è il punto esclamativo.
Bene, fatto questo vi siete salvati.

Esempi pratici.
Marco aveva ascoltato a lungo cosa aveva da dirgli Silvia. In cuor suo sapeva che tutto quello che la moglie le stava raccontando non corrispondeva al vero.
“Adesso basta!” sbraitò.
Silvia non voleva più sentire cosa aveva da dire Marco, tutto le sembra assurdo. Decise di tagliare corto. “Me ne vado!”

Nell’esempio sopraindicato Marco e Silvia hanno una discussione e dalla breve narrazione il lettore si accorge che la situazione è tesa e malinconica. Lo scrittore deve far in qualche modo capire come sono i toni dei dialoghi. Con il punto esclamativo sul “Me ne vado!” si capisce come Silvia lo dice, e in questo caso ci starebbe anche, ma se vogliamo far proiettare il lettore nella stanza non sarebbe meglio evitare quel punto esclamativo? Qualcuno potrebbe obbiettare e dire che togliendo il punto poi non si capirebbe con che tono Silvia si esprime. Perfetto, sono d’accordo, ma se invece scrivessimo:
Silvia non voleva più sentire cosa aveva da dire Marco, tutto le sembra assurdo. Decise di tagliare corto. “Me ne vado,” disse guardandolo negli occhi in segno di sfida. (in questo caso il lettore percepisce come Silvia si è espressa e inoltre lo scrittore ha aggiunto un elemento -guardarlo dritto negli occhi-. (Si capisce che Silvia è determinata)

Silvia non voleva più sentire cosa aveva da dire Marco, tutto le sembra assurdo. Decise di tagliare corto. “Me ne vado,” disse con voce rotta. (in questo caso Silvia è amareggiata)
Silvia non voleva più sentire cosa aveva da dire Marco, tutto le sembra assurdo. Decise di tagliare corto. “Me ne vado,” disse, facendo l’occhiolino. (Silvia in questo caso sta fingendo di essere ironica, dispettosa)

Stiamo uscendo fuori tema, in definitiva il punto esclamativo può essere aggirato con la prosa che precede, intermezza e segue il dialogo. C’è tutto un mondo da descrivere, perché limitarsi a  un punto esclamativo?
Dico questo perché  mi è capitato di leggere manoscritti di esordienti o quasi in cui si faceva un uso spasmodico di questo segno d’interpunzione.

Il commissario lo guardò torvo: “La pagherai!”
L’altro ricambiò lo sguardo. “Non credo proprio!”
“Ti dico che la pagherai! Hai capito?”
L’uomo tenne lo sguardo più che poteva, poi si girò e prima di uscire disse: “Stammi bene! Commissario!”

Ok, evitate cose del genere vi prego, i vostri lettori ringrazieranno.
Ci tengo a precisare che questi consigli che diamo all’interno del Premio Crawford non sono verità universali, si tratta solo di piccoli accorgimenti che messi tutti insieme fanno grandi cose all’interno di un testo. Qualche punto esclamativo all’interno del vostro testo non darà fastidio a nessuno, una paccata messi in ogni dove tramuteranno il vostro testo in una sceneggiatura di un fumetto rendendo poco credibile la vostra fiction.

Per la serie abbiamo visto cose che voi umani e bla bla bla.
Cose tipo questa: Lui la guardò torvo: “Non mi avrai mai!!!” disse arditamente. La legò con una grossa ed ormai consunta e spessa fune…


Gli orrori celati dietro le pieghe dell’aggettivo qualificativo

aggettivo-qualificativoGli aggettivi qualificativi indicano una qualità del nome.

Gli aggettivi qualificativi sono la madre della scrittura pigra. Da questi aggettivi deriva la maggior parte dei rifiuti editoriali a scapito degli ingenui autori. Non ve lo dice nessuno, perché nessuno ha a che fare con gli editor delle pluridecoratefantasmagoriche grandi realtà editoriali, ma è così.
Per capirci e non fare inutili giri di parole, facciamo subito degli esempi pratici.
Lo scrittore ingenuo (lo siamo tutti, ma quando scriviamo, torniamo mentalmente indietro di qualche anno e quindi diventiamo ancor più ingenui) scrive: La guardò andare via lungo il viale, era bellissima.
Niente di aberrante, intendiamoci, ma voi volete fare gli scrittori, no? E quindi sarebbe meglio dire: La guardò andare via lungo il viale, i capelli che le ondulavano lungo la schiena gli ricordarono che ci sono cose per cui vale la pena vivere.
Ora qualcuno di voi potrebbe obiettare: “Sì, ma nel primo esempio la frase è più incisiva, breve, colpisce”. Bene, sappiate che non è così. Qualcuno di voi si starà mangiano le unghie dei piedi, ma credeteci se vi diciamo che non è così. Nel secondo esempio arriva un’immagine precisa nella mente del lettore, ovvero l’uomo sta guardando il fondoschiena di una donna bellissima (almeno per quanto concerne il lato B), ma non ha detto che è bellissima, ma il lettore non è stupido e capisce. Nella prima frase lo scrittore si limita a dire che la guardava andare via lungo il viale e che era bellissima, ma così siamo capaci tutti, no? Dov’è finita tutta quella straripante prosa che ci eravamo promessi prima di scrivere questo testo? Dov’è finito il romanziere che è in ognuno di noi? Dov’è?
Altro esempio:
Quando entrò nella stanza notò un armadio enorme e una cassapanca ingiallita. In questo caso lo scrittore si è limitato a far capire al lettore che c’era un armadio enorme (enorme quanto?) e una cassapanca ingiallita (ma ingiallita è anche un’auto, un’amaca, una staccionata).
Non sarebbe meglio scrivere: Quando entrò nella stanza notò un armadio che sembrava sovrastarlo con la sua ombra funesta (è sottinteso che sia enorme), poco distante giaceva una cassapanca che aveva tutta l’aria di essere lì da sempre, tanto da sembrare il cadavere di quello che era stata un tempo.
Certo starai pensando, non è proprio il massimo, si può fare di meglio, ma crediamo che vada meglio, no?
Facciamo gli scrittori o ci limitiamo a scrivere su Facebook?

Altro esempio: La grande macchina si era arenata nel bel mezzo del bosco buio. (niente male)
Ma se la scrivessimo così: La macchina, che sembrava il relitto di una nave fantasma alla deriva si era arenata nel bel mezzo di uno squarcio di tenebra nel bosco. (niente di eccezionale, ma la sentite l’evocazione? Sentite la poesia!?!?
A ogni modo il nostro consiglio è quello di elaborare ed evitare nei limiti del possibile gli aggettivi qualificativi come grande, grosso, pesante, piccolo, bello, brutto e così via. Devi cercare di evocare le sensazioni, di fare arrivare immagini vivide e pulsanti nella mente del lettore. Colpirlo in qualche modo.

Jack era chino sull’uomo che da lì a poco avrebbe crocifisso. Aveva una sigaretta all’angolo della bocca e l’occhio sinistro strizzato per via del fumo che gli arroventava le pupille. Stava per piantare il paletto nella mano del malcapitato con freddezza e un’espressione tranquilla in viso.

“Con freddezza e un’espressione tranquilla in viso” non dice niente di nuovo, prova invece a scriverla così: Jack era chino sull’uomo che da lì a poco avrebbe crocifisso. Aveva una sigaretta all’angolo della bocca e l’occhio sinistro strizzato per via del fumo che gli arroventava le pupille. Stava per piantare il paletto nella mano del malcapitato con la stessa espressione che avrebbe avuto in una domenica di agosto mentre era intento a riparare lo steccato dietro il giardino di casa.

Vedi come ti arriva l’immagine e con che forza? Non hai detto che era tranquillo in viso e aveva la freddezza di un iceberg, ma l’hai sottinteso mediante una similitudine.

Questo è scrivere!

Tutti siamo bravi a scrivere: Marco è bello, Mara è grassa, Patrizia è sincera.

Ma non tutti sono capaci di scrivere:
Marco sembrava una statua greca, non aveva alcun difetto accertabile a una prima occhiata e anche alla seconda non si riusciva comunque a percepire qualcosa in lui che non andasse…
Mara era la tipica persona che quando incrociavi sulle scale della scuola ti metteva a disagio, da sola occupava l’intera rampa e dovevi attendere sul pianerottolo che fosse passata…
Patrizia era una delle poche persone di cui potevi fidarti, non penso che fosse capace di mentire, neanche a fin di bene…

Meditate gente, meditate 😉

La biblioteca di Derry


Puntolini Sospensivini…

puntini-di-sospensioneI punti (o puntini, o puntolini) di sospensione, anche chiamati puntini sospensivi o (nel parlato) tre puntini, sono un segno di punteggiatura costituito graficamente da un gruppo di tre punti consecutivi scritti orizzontalmente. Si tratta di un segno di pausa e quindi nella lettura corrisponde a un intervallo fonetico paragonabile a quello di una virgola. I punti di sospensione sono sempre in numero di tre, sia che si trovino alla fine, all’inizio o all’interno di un periodo. (fonte Wikipedia).

Bene, perfetto che belli che sono i puntini sospensivi, li adoro e li metto ovunque nei miei scritti. Mi danno lo slancio per poter continuare la narrazione, mi servono per lasciare la frase in sospeso in un dialogo, li uso anche per creare suspance e attesa. Che belli che sono i puntolini sospensivini… (ecco appunto)

NO! NOI DICIAMO NO! Ma siete matti? Toglieteli subito dal vostro testo. Immediatamente e in seduta stante, aprire il vostro word processor e con la funzione cerca, stanateli ed eliminateli come se fossero dei trolls sbarcati nella vostra cucina da chissà dove.
I puntolini sospensivini non fanno altro che far capire a chi legge che tu (scrittore) non sai dove vuoi andare a parare, non sai descrivere una situazione oppure non sai neanche da dove si comincia la stesura di un racconto, romanzo, novella, e tutto quello che vuoi. I puntini sospensivini hanno la cattiva abitudine di riprodursi (appunto già alla nascita sono tre) e si moltiplicano all’interno di un testo, come si trattasse di un’epidemia postapocalittica. la razza che vive nel regno della scrittura definita “puntolini di sospensione” si riproduce tutto l’anno e non solo in primavera, essa prolifica a multipli di tre e si annida tra le pagine di un testo o una risma di fogli. L’evoluzione ha portato questo particolare tipo di batterio a proliferare anche tra i byte dei moderni computers. (non ti salvi neanche se hai quelli con la mela dietro illuminata e ti hanno detto che non prende virus). In questa evoluzione digitale i puntolini vengono evocati con la pressione in rapida successione di un tasto della tastiera del computer. Si tratta del tasto “.” Ti basterà evitare la pressione per tre volte consecutivamente di questo tasto per essere certo di non avere puntolini nel tuo testo. Facile, no?

A parole sembra facile, ma nella pratica non lo è. Lo scrittore timido scrive: Michele si drizzo a sedere… Quando riprese conoscenza… Si accorse che le cose non andavano come lui aveva programmato… (Questi ultimi tre sono un capolavoro). Lo scrittore timido pensa: “Eh, così sai che suspance metto nel lettore, eh? Lo lascio sospeso, così da lasciare che lui si sprema le meningi. Forse più avanti gli dirò cosa pensava Michele, ma per ora lascio cuocere nel brodo sia Michele che il fido lettore. Muahahhahahaah (risata demoniaca).

Ok, non funziona. Sappiate che non funziona. Un editore è disposto al massimo ad accettare 10 puntolini in tutto il romanzo, sempre che questo sia composto da almeno di 300 pagine, cartella standard (2000 battute spazi inclusi a cartella circa).

Sono leggi non scritte ma su cui nessun editore è disposto a sorvolare. Non stiamo dicendo nulla di nuovo, chi bazzica nel mondo editoriale da qualche tempo queste cose le sa, ma se non le sapevi ancora, siamo felici di avervi dato un’imbeccata.

Meglio un romanzo pubblicato con: “Michele si drizzò a sedere e quando fu di nuovo in se si accorse che le cose non andavano come lui aveva programmato”, piuttosto che: “Michele si drizzo a sedere… Quando riprese conoscenza… Si accorse che le cose non andavano come lui aveva programmato…”, ovvero un romanzo che resterà per sempre nell’hard disk del tuo computer, stipato in qualche chiave usb, oppure in fondo al cassetto della scrivania dove i puntolini saranno liberi di pascolare su e giù per il tuo testo accompagnati dai loro amici acari della polvere.

La Biblioteca di Derry